24.11.2013 00:33

L'ANTI BERRUTI

Pur essendo l'atletica leggera uno dei miei sport preferiti ammetto di aver scoperto per caso il personaggio protagonista di questo post.
Farò solo una piccola descrizione della carriera per dare risalto ad un'intervista che l'ex atleta ha rilasciato al Corriere 20 anni fa. L'ho trovata fantastica e per questo la pubblicherò integralmente.

23 Novembre 1942 nasce SERGIO OTTOLINA ex atleta italiano, specialista della velocità.
Fu due volte campione italiano dei 100 metri (1963 e 1964) e altrettante dei 200 (1964 e 1966). Si affermò in campo internazionale stabilendo il record europeo dei 200 metri il 21 giugno 1964 a Saarbrücken con il tempo di 20"4, migliorando il primato precedente stabilito da Livio Berruti alle Olimpiadi del 1960.

"C' era piu' liberta' . Le idee circolavano e i sogni avevano buone probabilita' di uscirne soddisfatti. Adesso vedo tanta gente scontenta, senza ideali, senza allegria. A me bastava andare a pesca ed ero felice. Negli anni ' 60 si facevano cose semplici, spontanee. A noi davi un temperino e un pezzo di legno e oltre a passare il tempo creavamo qualcosa di strano, magari di bello. Per sentirsi appagati bastava stendersi su un prato; per la verita' anche adesso, solo che di prati ce n' e' un po' meno". 
"Ed eravamo atleti liberi, coi nostri magici allenatori, che forse non erano dei grandi tecnici, perche' la tecnica era ancora una cosa empirica, ma umani e coinvolgenti. Allenamenti inventati. Non sapevano neppure cosa fossero i tendini. Dicevano "dolenzi' a muscolare" e invece erano i tendini. Correvamo su terreno zappato, non eravamo costruiti muscolarmente, abbiamo cominciato a fare pesi nel ' 62. Prima toccarne uno era peccato, il velocista doveva essere puro e fragile come una farfalla. D' essere veloce l' ho scoperto a scuola: pronti via, e batto quelli di due classi superiori. Mi chiedono: "Vuoi fare gli studenteschi?". "Devo studiare". "Chi viene e' esentato dalle lezioni". "Pronti, eccomi". 

"in una cameretta con la radio accesa che trasmette all' infinito Il cielo in una stanza. E io a quel cielo ci credevo, perche' leggevo Hemingway, le sue descrizioni, i luoghi dove viveva o sognava di vivere. Mi rapiva: ti sentivi nel mare a pescare lo squalo, o nei Caraibi, in Africa, in Spagna. Vita sregolata, che non mi e' mai dispiaciuta. Se c' era da far baldoria prima della gara, io andavo. Perche' no? L' atletica era divertimento". 

Ma allora l' atletica, in Italia, era Berruti. "Si' , ed eravamo fatti per essere avversari, cosi' diversi. In nazionale Livio non lo sopportava nessuno. Aveva vinto le Olimpiadi, era l' unico che poteva andare a letto tardi e arrivare con l' auto al raduno. Se c' era da fare il tifo per lui, c' eravamo tutti, pero' era scostante, un "fighetta". Se ci dava un passaggio da Schio a Milano, si faceva pagare. "Ma Livio, tu la strada la fai lo stesso" protestavamo. Lui gelido: "Si' , ma voi in treno avreste pagato". E allora gli legavamo le aringhe affumicate al tubo di scappamento. "Ero l' anti Berruti in pista e fuori. Il portabandiera di un' incomunicabilita' . E giu' scherzi. Ricordo che Livio aveva un alito pestilenziale, mangiava di tutto: allora, prima di una gara, ho chiesto quale fosse la sua corsia e, al riscaldamento, l' ho percorsa tutta con lo spray deodorante facendolo imbestialire. Correva per la Carpano, tutto agghindato: canottiera bianca, calzoncini bianchi, calzature banche. Una sera gli ho rubato le scarpette e le ho dipinte di nero, lucido militare. Lui come un ragazzino viziato ha puntato i piedi: "Allora non corro". Ci convocarono tutti in un salone: "Il colpevole deve saltare fuori, se no finisce male". Alzai la mano. Il dirigente non fece in tempo a dire "il solito pirla", che alzarono la mano tutti gli altri atleti. Come nello spot del profilattico: "E' mio, e' mio...". Ci rispedirono in camera senza conseguenze." 

"Avevo tanti amici perche' non ho mai considerato i rivali dei nemici". "E un giorno feci sposare Berruti con Flavia Moretti, che era il nome di un' auto. Inviai le partecipazioni a tutti e a Livio arrivarono regali che fatico' a rimandare indietro. L' indirizzo che avevo scelto per la sua sposa di fantasia era a Padova, via Chiossetto, dove gli atleti delle Fiamme Oro, e Berruti con loro, andavano a donne."

"Un' altra volta, a Losanna, scoprimmo che s' era portato in camera una ragazza. Entrammo in venti dal balcone. Lui aveva solo le calze di filanca. Grande applauso: "Bravo Livio". Abbozzava, pero' gli aumentavano i tic. E poi, se sono diventato quattrocentista, lo devo a lui."

"Accade a Carpi: prima della gara gli regalano un trespolo per fare fotografie. "E per me che c' e' ?" chiedo agli organizzatori. "Ma non rompere". "Ah si' ? E allora non corro i 100, ho male al ginocchio. Niente sfida, gareggio sui 400". Feci una bella gara, decisi di insistere e migliorai il record italiano che resisteva da 27 anni. Quando abbiamo smesso di correre, con Berruti ci siamo spiegati. Un po' eravamo maturati, pur non essendo d' accordo su tante cose. Abbiamo continuato a vedere la vita in modo diverso".

Finita la carriera trovo lavoro come addetto alle vendite per Sergio Tacchini, l' ex tennista che stava lanciando l' azienda di abbigliamento:
"Lui non mi piaceva, odio i pescecani. Prima eravamo amici, si produceva volentieri con grandi sacrifici. Per noi era una famiglia che lottava per portare avanti il suo marchio. Gli siamo stati utili per creare un impero. E lui un giorno ha scelto una rete di vendita piu' produttiva e meno umana. Un po' per rabbia, un po' per disillusione, quando mi ha comunicato che le cose cambiavano, mi sono messo a piangere: "Ma le cose vanno cosi' , Sergio?"."L' azienda ha deciso in questo modo". "Ma l' azienda sei tu... Ho capito, scusa se mi sono fatto anche un piantarello e auguri per la sua attivita' ". 

"A volte il prossimo mi ha fatto soffrire. Ho provato con una concessionaria Honda, non e' andata bene."

"A essere troppo buoni... Non conoscevo le donne, ne ho sposata una che era piu' furba di me. Pensavo fossero diverse. Ho deciso di restare da solo, per tredici anni. Ora va meglio". 

"Mi secca questo mondo che si sta disgregando solo per raggiungere l' impossibile, per danaro, per potere". "Mi piacerebbe andare nelle riserve indiane dell' Arizona, tornare negli Usa. Ci sono stato alla fine delle Olimpiadi del ' 68. Allora, arrivarono a Mexico City tre moto che Ottoz, Giani ed io avevamo spedito per tempo: la mia era bianca, Ottoz l' aveva rossa e Giani verde. Pensavamo di fare il trio spaventa che attraversa gli Stati Uniti. Invece mi lasciarono solo: richiamati dai tecnici e dal servizio militare, rientrarono su' bito in Italia. E io filai fino a New York come in un sogno, 8300 chilometri indimenticabili, che mi scorrono sempre davanti agli occhi". 

"L' atletica mi piaceva ma se c' era da far baldoria io andavo"
Foto: Pur essendo l'atletica leggera uno dei miei sport preferiti ammetto di aver scoperto per caso il personaggio protagonista di questo post.
Farò solo una piccola descrizione della carriera per dare risalto ad un'intervista che l'ex atleta ha rilasciato al Corriere 20 anni fa. L'ho trovata fantastica e per questo la pubblicherò integralmente.

23 Novembre 1942 nasce SERGIO OTTOLINA ex atleta italiano, specialista della velocità.
Fu due volte campione italiano dei 100 metri (1963 e 1964) e altrettante dei 200 (1964 e 1966). Si affermò in campo internazionale stabilendo il record europeo dei 200 metri il 21 giugno 1964 a Saarbrücken con il tempo di 20"4, migliorando il primato precedente stabilito da Livio Berruti alle Olimpiadi del 1960.

"C' era piu' liberta' . Le idee circolavano e i sogni avevano buone probabilita' di uscirne soddisfatti. Adesso vedo tanta gente scontenta, senza ideali, senza allegria. A me bastava andare a pesca ed ero felice. Negli anni ' 60 si facevano cose semplici, spontanee. A noi davi un temperino e un pezzo di legno e oltre a passare il tempo creavamo qualcosa di strano, magari di bello. Per sentirsi appagati bastava stendersi su un prato; per la verita' anche adesso, solo che di prati ce n' e' un po' meno". 
"Ed eravamo atleti liberi, coi nostri magici allenatori, che forse non erano dei grandi tecnici, perche' la tecnica era ancora una cosa empirica, ma umani e coinvolgenti. Allenamenti inventati. Non sapevano neppure cosa fossero i tendini. Dicevano "dolenzi' a muscolare" e invece erano i tendini. Correvamo su terreno zappato, non eravamo costruiti muscolarmente, abbiamo cominciato a fare pesi nel ' 62. Prima toccarne uno era peccato, il velocista doveva essere puro e fragile come una farfalla. D' essere veloce l' ho scoperto a scuola: pronti via, e batto quelli di due classi superiori. Mi chiedono: "Vuoi fare gli studenteschi?". "Devo studiare". "Chi viene e' esentato dalle lezioni". "Pronti, eccomi". 
 
"in una cameretta con la radio accesa che trasmette all' infinito Il cielo in una stanza. E io a quel cielo ci credevo, perche' leggevo Hemingway, le sue descrizioni, i luoghi dove viveva o sognava di vivere. Mi rapiva: ti sentivi nel mare a pescare lo squalo, o nei Caraibi, in Africa, in Spagna. Vita sregolata, che non mi e' mai dispiaciuta. Se c' era da far baldoria prima della gara, io andavo. Perche' no? L' atletica era divertimento". 

Ma allora l' atletica, in Italia, era Berruti. "Si' , ed eravamo fatti per essere avversari, cosi' diversi. In nazionale Livio non lo sopportava nessuno. Aveva vinto le Olimpiadi, era l' unico che poteva andare a letto tardi e arrivare con l' auto al raduno. Se c' era da fare il tifo per lui, c' eravamo tutti, pero' era scostante, un "fighetta". Se ci dava un passaggio da Schio a Milano, si faceva pagare. "Ma Livio, tu la strada la fai lo stesso" protestavamo. Lui gelido: "Si' , ma voi in treno avreste pagato". E allora gli legavamo le aringhe affumicate al tubo di scappamento. "Ero l' anti Berruti in pista e fuori. Il portabandiera di un' incomunicabilita' . E giu' scherzi. Ricordo che Livio aveva un alito pestilenziale, mangiava di tutto: allora, prima di una gara, ho chiesto quale fosse la sua corsia e, al riscaldamento, l' ho percorsa tutta con lo spray deodorante facendolo imbestialire. Correva per la Carpano, tutto agghindato: canottiera bianca, calzoncini bianchi, calzature banche. Una sera gli ho rubato le scarpette e le ho dipinte di nero, lucido militare. Lui come un ragazzino viziato ha puntato i piedi: "Allora non corro". Ci convocarono tutti in un salone: "Il colpevole deve saltare fuori, se no finisce male". Alzai la mano. Il dirigente non fece in tempo a dire "il solito pirla", che alzarono la mano tutti gli altri atleti. Come nello spot del profilattico: "E' mio, e' mio...". Ci rispedirono in camera senza conseguenze." 

"Avevo tanti amici perche' non ho mai considerato i rivali dei nemici". "E un giorno feci sposare Berruti con Flavia Moretti, che era il nome di un' auto. Inviai le partecipazioni a tutti e a Livio arrivarono regali che fatico' a rimandare indietro. L' indirizzo che avevo scelto per la sua sposa di fantasia era a Padova, via Chiossetto, dove gli atleti delle Fiamme Oro, e Berruti con loro, andavano a donne."

"Un' altra volta, a Losanna, scoprimmo che s' era portato in camera una ragazza. Entrammo in venti dal balcone. Lui aveva solo le calze di filanca. Grande applauso: "Bravo Livio". Abbozzava, pero' gli aumentavano i tic. E poi, se sono diventato quattrocentista, lo devo a lui."

"Accade a Carpi: prima della gara gli regalano un trespolo per fare fotografie. "E per me che c' e' ?" chiedo agli organizzatori. "Ma non rompere". "Ah si' ? E allora non corro i 100, ho male al ginocchio. Niente sfida, gareggio sui 400". Feci una bella gara, decisi di insistere e migliorai il record italiano che resisteva da 27 anni. Quando abbiamo smesso di correre, con Berruti ci siamo spiegati. Un po' eravamo maturati, pur non essendo d' accordo su tante cose. Abbiamo continuato a vedere la vita in modo diverso". 

Finita la carriera trovo lavoro come addetto alle vendite per Sergio Tacchini, l' ex tennista che stava lanciando l' azienda di abbigliamento:
"Lui non mi piaceva, odio i pescecani. Prima eravamo amici, si produceva volentieri con grandi sacrifici. Per noi era una famiglia che lottava per portare avanti il suo marchio. Gli siamo stati utili per creare un impero. E lui un giorno ha scelto una rete di vendita piu' produttiva e meno umana. Un po' per rabbia, un po' per disillusione, quando mi ha comunicato che le cose cambiavano, mi sono messo a piangere: "Ma le cose vanno cosi' , Sergio?"."L' azienda ha deciso in questo modo". "Ma l' azienda sei tu... Ho capito, scusa se mi sono fatto anche un piantarello e auguri per la sua attivita' ". 
 
"A volte il prossimo mi ha fatto soffrire. Ho provato con una concessionaria Honda, non e' andata bene."
 
"A essere troppo buoni... Non conoscevo le donne, ne ho sposata una che era piu' furba di me. Pensavo fossero diverse. Ho deciso di restare da solo, per tredici anni. Ora va meglio". 

"Mi secca questo mondo che si sta disgregando solo per raggiungere l' impossibile, per danaro, per potere". "Mi piacerebbe andare nelle riserve indiane dell' Arizona, tornare negli Usa. Ci sono stato alla fine delle Olimpiadi del ' 68. Allora, arrivarono a Mexico City tre moto che Ottoz, Giani ed io avevamo spedito per tempo: la mia era bianca, Ottoz l' aveva rossa e Giani verde. Pensavamo di fare il trio spaventa che attraversa gli Stati Uniti. Invece mi lasciarono solo: richiamati dai tecnici e dal servizio militare, rientrarono su' bito in Italia. E io filai fino a New York come in un sogno, 8300 chilometri indimenticabili, che mi scorrono sempre davanti agli occhi". 
 
"L' atletica mi piaceva ma se c' era da far baldoria io andavo"

 

—————

Indietro


Notizie

23.01.2014 08:34

VERSO SOCHI 2014

La marcia di avvicinamento verso SOCHI 2014 continua.. Nell'album azzurri d'oro troverete tutti i...

Continua...

—————

13.01.2014 15:17

IL DOPO ALLEGRI

Chiedo scusa fin da subito ai tifosi milanisti ma questa è troppo bella!! Non...

Continua...

—————

Tutti gli articoli

—————


...Ci si può drogare di cose buone e una di queste è certamente lo sport...



Questo blog non è, né  rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001.Tutti i contenuti del blog rappresentano solo l’opinione personale degli autori, i quali non percepiscono nessun compenso, né hanno obblighi commerciali con nessuno degli editori o artisti citati.Gli autori non sono responsabili per i commenti inseriti dai lettori. Eventuali commenti ritenuti lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terze persone, non sono da attribuirsi agli autori. Inoltre gli autori del blog non sono da considerarsi responsabili per l’utilizzo illegale da parte degli utenti delle informazioni inserite nel blog e dei contenuti scaricati da esso.Le immagini sono quasi tutte tratte da internet e quindi valutate di pubblico dominio. Qualora il loro utilizzo violasse i diritti d’autore, lo si comunichi all’autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione. Lo stesso vale per gli articoli ed i video reperiti nel web e qui riportati.Tuttavia, dal momento che non è nostra intenzione violare in alcun modo i diritti d’autore, qualora si riscontrasse un uso improprio di testi, immagini o video siete gentilmente pregati di darcene comunicazione scrivendo a ema.lisa@tiscali.it. Sarà nostra premura rimuovere i contenuti ritenuti impropri.Gli autori non sono responsabili dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.E’ possibile riprodurre in qualsiasi modo e distribuire liberamente gli articoli di questo blog, purché essi non vengano alterati in alcun modo, che venga sempre citata la fonte e l’autore, e che non vi sia alcuno scopo commerciale non preventivamente comunicato all’indirizzo.