11.01.2014 17:16

DIO ZIGO

Come promesso anche il secondo post è una dedica. 
Pochi giorni fa gli amici di Hellas Verona Style (https://www.facebook.com/HellasVeronaStyle) mi hanno chiesto di "provare" a parlare di Gianfranco Zigoni.

Ho iniziato così la mia ricerca e, oltre ad ver subito capito l'amore che lega Zigoni a Verona, ho scoperto un personaggio fantastico.

Non essendo abbastanza brava nel creare un vero e prorpio articolo, ho deciso, come spesso accade nei miei post, di lasciar parlare "IL PERSONAGGIO".

Con la dovuta premessa che non sono ovviamente tutte quelle che ho travato, di seguito troverete frasi e citazioni del "DIO ZIGO" che spero appassionino voi come hanno fatto con me! 

Dal blog "Football a 45°giri https://www.footballa45giri.it/

«Il calcio senza gli ultrà non esiste. Chi dice che sono la parte peggiore di questo mondo non capisce niente. Gli ultrà sono amore: io li ho visti piangere per questa maglia, li ho visti piangere a Verona. Una squadra che è una cosa sola con la sua gente. I delinquenti li puoi trovare al cinema, in piazza, quando vai a fare la spesa. La gente che ama una squadra è una cosa sana. A Verona l’amano. Anch’io non ho mai smesso di farlo».

Da https://hellasgroup.jimdo.com/frasi-gialloblu/

"Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. M’ immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi,che nome del cazzo..." ma Zigoni. La radio avrebbe gracchiato: "Scusa Ameri, interveniamo dallo Zigoni di Verona…"

«A me ribolle il sangue quando sento i calciatori lamentarsi. Ueh, ragazzi: andate a fare un giro in miniera. Mio padre si è rovinato i polmoni a furia di lavorare nella fabbrica delle schifezze, uno stabilimento che ha ammazzato tanta gente di questo posto. Mio padre è morto e lui, il padrone, vive in un castello con parco annesso. Queste sono le ingiustizie. Se fosse vivo il Comandante… Io da giovane volevo fare la rivoluzione."

"Ma non ho mai frequentato il gregge. Ho accumulato più giorni di squalifica che gol perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. Dicono: bisogna credere alla buona fede di quei signori. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili e ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa perché dissi a un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. Trenta milioni degli anni Settanta: all'epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione."

"Sta' a sentire, io avevo una grande opinione di me. Pensavo di essere il più forte calciatore sulla terra. In campo odiavo l'avversario e lo colpivo col mio pugno, che era micidiale. Fuori gli volevo bene e lo invitavo a bere un whisky. Un giorno, alla Roma, capita di incontrare il Santos di Pelé. In amichevole, all'Olimpico. Mi dico: "Oeh, giustizia sarà fatta, oggi il mondo capirà che Zigo-gol è più forte di Pelé."

"Io non rendo se mi alzo presto, io devo dormire. Guidolin dormiva in camera mia e alle 8 del mattino si alzava cercando di non svegliarmi. Qualche volta lo sentivo e gli dicevo: “Guido, per me il solito: fammi portar su la colazione alle 10, spremuta d’arancio, latte e una brioche."

Da https://ilpalloneracconta.blogspot.it/2007/11/gianfranco-zigoni.html

Dopo aver incontrato Pelè per la prima volta dichiarò: 
«Madonna, che giocatore . Ho una botta di depressione, di malinconia, penso che a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio. Mi preparo la dichiarazione in terza persona: "Zigoni lascia l’ attività, non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui". Ad un certo punto il Santos beneficia di un rigore, Pelè va sul dischetto e Ginulfi, il nostro portiere, para. Allora è umano, penso, e così resto giocatore».

" Metto fuori classifica io, Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri."

Da Fantagazzetta - Autore Alan Bisio

"Al mondo i grandi siamo in tre, credo: io, Vendrame e il Che Guevara... poi il più grande di tutti, devo dirlo, è Dio"

"Non so se credo o non credo, spero ci sia qualcosa ... gli altri mi vedono solare, rido e scherzo ma dentro di me sto sempre piangendo, sono felice solo se vedo i miei figli felici".

Adesso no, ora che ho smesso non bevo più whiskey, non fumo, vado a letto presto e le mie uniche droghe sono il vino ed il salame".

Infine dahttps://www.storiedicalcio.altervista.org/zigoni_gianfranco.html

Quando Valcareggi lo escluse dalla formazione titolare del Verona, e lui si presentò in panchina a Bentegodi con una pelliccia di volpe e un cappello da cowboy. «Ma la domenica dopo il vecchio Valca mi fece giocare». 

Quando si fece cucire la Zeta («Di Zigoni e di Zorro») sui pantaloncini. «Fui il primo, trent'anni fa non si usava. E fui anche il primo a giocare con le scarpe rosse e gialle. Sono sempre stato uno spirito libero, ero sempre me stesso, nel bene e nel male: non come i calciatori di oggi che sembrano fatti con la fotocopiatrice. A quei tempi, giravo in Porsche. Oggi ce l'hanno tutti. E allora vado in bici».

Quando in ritiro con la nazionale Juniores tirò addosso a Boninsegna una palla da biliardo. «Era appena arrivato in Nazionale e voleva fare tutto lui: battere le rimesse laterali, le punizioni, i calci d'angolo e allo stesso tempo andare a colpire di testa. Gli ho fatto capire chi comandava». Mancò di un niente l'occhio di Bonimba, che da quel giorno girò al largo dalle punizioni e calci d'angolo.

Quando ebbe una discussione con l'allora allenatore della Juventus Heriberto Herrera, lo alzò da terra, chiamò la squadra sotto la finestra della sua stanza e lo lasciò ciondolare nel vuoto per un paio di minuti. «Cominciò lui, perché mi diede a freddo un pugno sullo stomaco. A quel punto non ci vidi più: meritava una lezione».

Quando andò a discutere il contratto col presidente del Verona Garonzi e sapendo che questi teneva una pistola nel cassetto della scrivania, aspettò il momento opportuno, aprì il cassetto, prese al volo la pistola e gliela puntò. Uscì dall'ufficio con un sostanzioso aumento.

Quando, all'esordio in Nazionale a Bucarest nel '67 giocò («Divinamente, d'altronde ero il più forte...») solo un tempo, poi nella ripresa decise che era meglio riposare. «Faceva un caldo terribile. Nel secondo tempo Rivera andò a cercarsi l'ombra sotto la tribuna, e gli altri fecero più o meno lo stesso. E perché io dovrei essere l'unico a correre?, pensai. Esordiente sì, ma cretino no». L'Italia vinse, ma da quel giorno "Zigo" non giocò più in maglia azzurra.

Quando dopo un Lazio-Juve uscì in mutande all'Olimpico, perché il difensore che lo marcava non riuscendo a stargli dietro gliele aveva sfilate. «Con le regole di oggi, se qualcuno cercasse di fermare uno come Zigo si beccherebbe il cartellino rosso dopo cinque minuti. Dicono che una volta si giocava al rallentatore? Balle. Questi di oggi corrono, perché non sanno fare altro. Si chiamano "calciatori" perché calciano tutto quello che gli capita sotto tiro. Noi eravamo "giocatori", perché ci piaceva giocare».

Quando alla Roma prima di una punizione dal limite finse di litigare con Bob Vieri (il padre di Christian) e cominciò a tirargli la barba. «Era un modo per far perdere la concentrazione al portiere». Inutile dire che tirò la punizione e segnò.

Quando l'amico Logozzo protestò perché in ritiro tutta la squadra era costretta ad alzarsi alle 8 mentre Zigo poteva starsene a letto fino a quando gli pareva. «Valcareggi lo prese da parte e gli disse: quando avrai anche tu due piedi come Zigoni, allora potrai dormire fino a mezzogiorno».

Quando sulla sua Porsche azzurra, per evitare un trattore, uscì di strada, fece due-tre capriole, finì in un fosso, distrusse la macchina, non si fece un graffio e si finse morto. «Stavo tornando a casa dopo l'allenamento, ma andavo piano, te lo giuro. Dietro di me e 'erano Maddè e Costa, il medico del Verona. Scesero dalle loro auto e corsero a prestarmi soccorso. Appoggiai la testa sul volante e finsi di essere morto: quando si avvicinarono di corsa al finestrino, sorrisi e gli feci l'occhiolino. Per poco non schiattarono lì sul posto».

Quando disse: "Sono il Pelé bianco". «E il bello è che qualcuno finì per crederci, io per primo...».

Quando in una delle sue ultime interviste si è guardato indietro ed ha dichiarato:

"Sono stato fortunato. Mi sono divertito un sacco. Rifarei tutto, non rimpiango niente. Ho giocato a calcio per vent'anni (ha esordito nel '61, a diciassette anni, con la Juve, poi ha vestito le maglie di Genoa, Roma, Verona e Brescia, e dappertutto mi hanno voluto bene. Sto bene con me stesso, e questa è la cosa più importante. Adesso insegno ai bambini a giocare a calcio."

 

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